FANGHI DEL PORTO… COME ORO CHE LUCCICA?

Presentato il progetto pilota del “desorbimento” (processo di separazione della sabbia dagli inquinanti) che vede Fano capofila nelle Marche e lungo la costa adriatica. Con questa tecnica i 900mila euro stanziati dalla Regione per il dragaggio sarebbero sufficienti per dragare 16mila metri cubi invece dei 6 mila, come avvenuto l’anno scorso con pari spesa. Questa mirabolante soluzione è stata portata dall’Assessore Cucuzza in Regione proprio in questi giorni. Tutto vero, tutto così idilliaco? Ci siamo documentati

Il desorbimento termico tramite forno rotante, simile a quelli dei cementifici, viene utilizzato da tempo per trattare aree industriali contaminate. Nel caso particolare dei sedimenti portuali, la prima fase consiste in un pre-trattamento che elimina le ghiaie più grosse e le sabbie, riducendo il contenuto di metalli, che rimangono nella frazione del limo restante. Gli inquinanti più presenti sono diossine, furani e benzopireni (insolubili in acqua). La seconda fase (la più costosa) consiste in una pre-essicazione del limo per ridurre del 90% il contenuto d’acqua. Infine si procede alla cottura del materiale risultante (fase di “arrostimento”) che elimina l’acqua residua e demolisce la parte inquinante. La porzione che volatilizza viene trattata in un post-combustore con filtri per ridurne fortemente l’emissione in atmosfera, mentre la parte solida cotta, se è abbastanza pulita, può essere utilizzata per ripascere le coste o per essere ridepositata in mare.
Purtroppo dalla Banca Dati Tossicologica dei Terreni della Regione Puglia si apprende che non sempre gli inquinanti vengono totalmente eliminati: il tutto dipende da molti fattori, quali le dimensioni dei sedimenti e le tipologie di inquinanti presenti.

Ma, soprattutto, questa tecnica non è stata applicata in modo industriale in nessun porto italiano (pochi esempi solamente in forma di ricerca o di prova sperimentale).

L’Assessore Cuccuzza ha portato dei campioni di sedimento portuale fanese per farli analizzare a Milano, al fine di appurare che gli inquinanti contenuti possano essere trattati con tale tecnica, in tutta sicurezza.

Ci siamo premurati di  contattare una ditta esperta nel settore con sede a Milano. Abbiamo appurato che i costi dell’operazione in sé, sopra descritta,  non sono elevati. Si possono raggiungere anche 50-60 € a tonnellata di sedimento trattato. Ma il gioco non varrebbe la candela se il montaggio di tutto l’impianto (dimensioni 10m x 10m) verrebbe realizzato solo per il trattamento di circa 16 mila metri cubi ipotizzato per il nostro porto. Sarebbe ragionevole che una cordata di imprenditori si associasse assieme agli enti pubblici per realizzare un impianto mobile e riutilizzabile per altri porti (visto che molti di essi in Italia hanno bisogno di bonifiche). L’ideale sarebbe realizzare l’impianto su una chiatta, in modo che esso possa essere facilmente trasferibile e utilizzabile in altri posti. Inoltre non vorremmo che i fumi e il rumore prodotto dal macchinario, eventualmente montato in porto, possano creare disagi ai lavoratori, ai cittadini e ai turisti. Tutto ciò verrebbe evitato grazie alla chiatta che lavorerebbe in mare aperto. Ma l’intero processo verrà realizzato entro giugno, come ha promesso l’Assessore Cucuzza? Noi abbiamo molti dubbi, anche se ci piacerebbe essere smentiti. Sarà meglio iniziare ad avvisare i pescatori che questa soluzione è forse solo uno specchietto per le allodole: con quei 900 mila euro si farà l’ennesimo dragaggio classico di emergenza. Prepariamoci alla notizia. E il prossimo anno saremo punto a capo.

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